Gladiatrex guardò avanti. Era a Roma, un tempo caput mundi (“signora del mondo”), ora capitale d’Italia, centro della Chiesa Cattolica e una delle città più belle e amate al mondo. Verso i Romani antichi, Gladiatrex aveva sempre avuto un misto di disprezzo e ammirazione; il primo le derivava in quanto schiavizzata e usata per giochi violenti (anche se meno di quanto si pensi) come una cosa; il secondo dal vedere cosa essi avevano saputo fare: uno dei più grandi e longevi imperi mai esistiti, un esercito quasi invincibile, incredibili opere d’ingegneria, pari quando non superiori a quelli moderni, e molte altre cose; Roma, anche grazie all’eredità dei greci, era all’avanguardia in tutte le scienze dell’epoca.

Entrò nel Colosseo, di cui aveva ricordi belli e brutti; brutti, perché lì era stata una schiava gladiatrice, arrivando a uccidere un condannato a morte solo perché cristiano durante una delle grandi persecuzioni; belli, perché lì aveva incontrato Omega. Sin da subito lei aveva visto in lui qualcosa di particolare, e lui in lei: era stato l’incontro più bello della sua vita. Non avrebbe mai dimenticato quando i suoi occhi verdi incrociarono quelli azzurri del cattolico, né come lui era riuscito a capire la sua vera natura. Il loro rapporto non fu mai minato dalle loro differenze religiose, e nemmeno l’amore della camuna per gli scherzi seccava così tanto Omega, anche se spesso si lamentava (“mi farai venire un infarto” era ormai una sua frase tipica); i due non avrebbero saputo fare a meno l’uno dell’altra: il loro era un legame davvero a prova di tutto.
Ma non era lì per i ricordi: in base al basamento della corona, uno degli oggetti della serie presa di mira era la Spada di San Pietro, e si trovava a Roma, nelle sabbie sotto l’arena del Colosseo. Inoltre, quella mattina Omega aveva avvertito tutti: “Ho controllato la torta: le decorazioni sono eccessive, e manca ancora la parte principale”. Questa frase banale era in realtà un codice: voleva dire “stavolta ho vinto, ma c’è un’intera organizzazione dietro, e non ne conosco il capo”. Intanto che pensava, s’era fatto buio. «Bene» pensò «Ora, potrei trovare la spada e usarla contro il cattivo di turno; invece, mi limiterò con più calma ad aspettare il suo arrivo per bloccarlo prima che trovi il gladio». Lei non lo sapeva, ma sarebbe stato molto più difficile di quanto pensava.

Gladiatrex si nascose (anche attraverso le sue doti magiche) tra le tribune del Colosseo, e aspettò prima che fossero passati i servizi per la pulizia, e poi che arrivasse l’avversario di turno. Quando ormai stava per addormentarsi, vide qualcuno muoversi nelle ombre; si preparò ad agire. —Ehilà, bella serata, eh?— disse con la sua voce scherzosa, comparendo dalle tribune. —E tu chi sei?— chiese il qualcuno, con voce femminile. —Be’, di certo non sono un tiramisù, quindi potrei essere un tiramigiù!— rispose Gladiatrex, ridacchiando della sua battuta —scherzi a parte, sono colei che ti ffarà finire in carcere—. —Spiritosa, eh?— commentò la donna, con voce minacciosa —Ora vediamo quanto scherzerai fra poco—.
Prima di poter sparare un’altra delle sue battute, sentì uno strano odore… —Ah, mi vuoi morta per puzza!— rise. Ma poi vide qualcuno che non pensava di vedere, e il suo viso si raggelò…
—Ciao, gladiatrice, ti ricordi di me?—. Tremando, Gladiatrex disse:— Tu sei… quel cristiano che mi fecero uccidere!—.

Le armi usate in questo scontro: sopra la Sica e sotto lo Scutum

—Esatto.— fu la risposta —E nonostante il passamontagna e i vestiti diversi, ti riconosco perfettamente—.
—Cosa vuoi?— chiese Gladiatrex, temendo la risposta
—Una cosa sola— rispose l’avversario, che si rivelò travestito da gladiatore trace senza elmo —la VENDETTA—
La attaccò. Gladiatrex si difese con lo scudo (precisamente uno scutum romano), l’unica arma che aveva, ma la situazione era disperata: stavolta lui non era bendato, e lei non se la sentiva di combattere, ricordando il motivo per cui l’aveva ucciso.

—Dispiaciuta?— chiese il suo avversario, colpendo ripetutamente lo Scutum di Gladiatrex con la sua Sica —Io no: LA PAGHERAI—. Gladiatrex stavolta pianse, e si sentì spacciata. Rivide la sua vita: lo zio stregone che le insegnava tutti i trucchi del mestiere, i guerrieri che la imprigionavano, l’impresario romano che la trasformava in gladiatrice di varie classi, la caccia alle streghe subita, e l’incontro con Omega. Ma nel rivederla, si accorse che molte cose non combaciavano: prima di tutto, il suo avversario stava parlando in italiano, non in latino; poi, i primi cristiani erano molto più attenti agli ideali di non violenza (compreso il non vendicarsi) portati avanti da Gesù Cristo; infine, l’avversario non usava la sica in maniera corretta: quest’arma, da lei particolarmente temuta, era una spada con una lama ricurva, da usare per penetrare oltre elmi e scudi, mentre l’avversario (che avrebbe dovuto saperlo) la usava per colpire ripetutamente lo scudo. A questo punto capì: l’odore che aveva sentito era di un allucinogeno, lanciato dalla sua vera nemica. «Allora è chiaro cosa devo fare» Il suo scudo, dietro, aveva alcune incisioni per i riti di emergenza, tra cui quello per eliminare gli effetti di sostanze varie: lei pronunciò alcune parole nella sua lingua madre, e l’allucinogeno smise di avere effetto.

—I miei complimenti— disse la sua nemica —ma è troppo tardi: ormai la Spada di S. Pietro è MIA!— e alzò la mano in cui, trionfante, teneva l’arma. Gladiatrex cercò di prendere tempo:—Chi sei?—. —Mio padre abbandonò mia madre, e lei mi rifiutò alla nascita, lasciandomi in un bidone della spazzatura. Lì venni ritrovata dagli Incubus—. Gladiatrex tremò: gli Incubus sono folletti che si nutrono di incubi, che fanno venire loro stessi. —Essi mi insegnarono a usare le erbe per causare incubi e fare molte altre cose, e attraverso di esse mi sono rinforzata molto, assumendo grandi poteri. Intanto io sono cresciuta con un solo desiderio: VENDICARMI!— la donna strinse i pugni, piangendo dalla rabbia —Se questa società fosse meno maschilista, mio padre avrebbe accettato le sue responsabilità, e mia madre forse non mi avrebbe abbandonata. IO SONO STRIXA, E TU MORIRAI—. Gladiatrex rise. —Cosa?— esclamò Strixa, presa alla sprovvista —Ridi? Ti voglio uccidere e tu ridi?—
—E’ che il tuo nome è proprio ridicolo! Strixa… AHAHAHAHAH—.
Strixa non apprezzò le sue risate, e la attaccò.Ma Gladiatrex, pur essendo indubbiamente una buffona, era molto più sveglia di quanto desse a vedere, e usando lo scudo romano (la cui cinghia veniva impugnata, non imbracciata) come un tirapugni, la anticipò con un pugno che la fece incespicare. Subito Gladiatrex cercò di disarmarla, ma ritirò la mano subito: il guanto con cui Strixa teneva la spada era cosparso di sostanze fortemente urticanti. Strixa lanciò una strana sostanza, colpendo Gladiatrex in faccia; l’immortale camuna si sentì stordita e indebolita. Ghignando, Strixa preparò un fendente, ma Gladiatrex alzò lo scudo all’improvviso, colpendole lo stomaco con il bordo; il colpo fu molto potente, tanto da far cadere la Spada di S. Pietro; Gladiatrex la raccolse prima che l’avversaria si riprendesse. —Maledetta— urlò Strixa —Un giorno la pagherai!— E, lanciò una sostanza fumogena. Gladiatrex si preparò ad un attacco a sorpresa, ma la sua avversaria invece uso il fumo per scappare.Gladiatrex sorrise e se ne andò. Era l’alba, e lei pensava soprattutto a dormire. «E poi» pensò «troverò un nuovo nascondiglio per la spada»

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