—Dottore, dica la verità—

—Signora Neri-Blanco, suo figlio soffre di Asperger, per questo non parla e non guarda gli altri negli occhi, oltre che starsene in disparte.—

—E cosa devo fare?—

—Non si preoccupi, abbiamo un’ottima psicologa a bordo: la signora Lime-Ycri—

 

Siamo nell’anno 194 dopo l’Astromigrazione, nell’astronave-città Fulmine Nero, sulla quale il dottor Archi prescrisse visite psicoterapeutiche per il piccolo Teofilo Neri-Blanco; di solito si comunicava con eventuali psicologi attraverso telecomunicatori, ma in presenza di psicologi a bordo ci si affidava a loro.

 

In un’altra stanza, gli ultimi arrivati da un astronave-collegio, i coniugi Lutea e Vulpio Pink-Rubri, litigavano: Vulpio accusava Lutea di essere un’imprudente, e che avrebbe finito col rompersi il collo; Lutea, dal canto suo, affermava di non volersene stare a guardare come il marito, arrivando ad accusar di vigliaccheria; sì, insomma, avete capito come andava. Argomento scatenante era stata la recente impresa di Lutea, che aveva riportato il professor Brown-Rossi nell’astronave da un viaggio nel tempo: Vulpio aveva definito tale azione come “Sindrome dell’Eroina”, Lutea aveva ribattuto che preferiva agire ed essere utile che starsene in panciolle come Vulpio, e il litigio in breve aveva preso corpo; le coppie litigano è un dato di fatto: siccome nessuno è del tutto uguale, è impossibile che ciò non accada. È interessante notare come in questi casi la memoria tenda ad aumentare di dimensioni, arrivando a prendere in considerazione fatti di anni prima. Se può consolare chi crede nelle coppie non litiganti, il litigio non fu sentito: le stanze nelle Astronavi-città sono acusticamente isolate.

 

Più tardi, il Capitano Ursico e il suo vice, Margherita Magenta-Rosi, con un Lutea ancora nervosa per il litigio appena avvenuto, vengono chiamati dal professor Grifo. Margherita, preoccupata, si mosse, ma venne fermata dal capitano con un:—Meglio che vada io: tu saresti troppo tesa—. Così, Margherita rimase sola con Lutea. Come capita spesso tra persone tese, le due donne iniziarono a raccontarsi quello che le rendeva nervose: Lutea raccontò il litigio con il marito nei minimi dettagli, Margherita raccontò del sogno del marito di trasferire gli uomini nello spazio fisicamente, e non attraverso astronavi, attraverso innesti biomeccanici.

 

Nel frattempo, Vulpio si confidava con il dottor Archi, il quale affermò:—Ragazzo, capisco che tu sia preoccupato per tua moglie e offeso per essere stato accusato da lei di codardia, ma devi lasciar passare; per la seconda, non pensarci nemmeno: se ne dicono di cose quando si è arrabbiati. Per la prima, be’, devi fidarti di lei—. Vulpio non disse nulla.

 

All’improvviso, suonò l’allarme: i bambini prese le strade mobili per il centro dell’astronave, gli adulti si mossero verso i corridoi, tutti si misero le tute spaziali d’emergenza. Fuori c’era un uomo con innesti strani che attaccava l’astronave prendendo energia dai raggi gamma sparsi nello spazio.

—Per fortuna l’astronave è resistente— commentò il capitano.

—Cos’è successo? Dov’è Lutea?— chiese Vulpio, non vedendo la moglie.

—È colpa mia, ma come potevo immaginare…— disse il professor Grifo Magenta-Rosi, ma venne interrotto da sua moglie Margherita, vice del capitano:—Non è il momento di recriminare!— e spiegò tutto: il professore aveva provato degli innesti sperimentali su di un uomo venuto sull’astronave quel giorno e pagato per questo; appena attivati, sotto gli occhi del capitano e del professore quell’uomo era impazzito. Lutea aveva provato a fermarlo, ma era rimasta ferita, e ora era in ospedale. Vulpio si arrabbiò, e se non fosse stato trattenuto dal capitano si sarebbe buttato addosso al professore. Intanto, il loro nemico continuava a colpire, e la Corazza a Campo dell’astronave non avrebbe retto ancora a lungo. Il capitano ordinò:—COLPITE QUELL’UOMO!— Vulpio furioso corse ai comandi, prese la mira e disintegrò il loro nemico.

 

Il giorno dopo, Lutea si risvegliò in ospedale; vicino a lei c’era suo marito che le teneva la mano, sfinito per essere rimasto lì tutta la notte. Sorrise dolcemente e pensò:«Amo quest’uomo»

 

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