—BASTA!— urlò Appio Claudio, primo Ministro di Novuno. I recenti avvenimenti (il suicidio di Dracone –diviso tra la legge e la sua coscienza– e la morte per infarto di Cicerone –disperato per un errore che non voleva ammettere) e il fatto che il giudice aveva fatto ormai la sua decisione, ma l’esecuzione non era ancora stata eseguita lo facevano imbestialire; inoltre, la morte dei due grandi e l’ingiustizia della causa stavano scatenando molti disordini in città. —Ora me ne occupo io.—. —Ma, signore— borbottò la generalessa, Pentesilea —è contro la procedura agire senza …— —Poche storie— rispose Appio —sono IO il capo delle forze dell’ordine, non parlamentari e giudici. E anche la sorella dev’essere arrestata e giustiziata con lui— —Ma la pena di morte è contro la costituzione, e poi la signorina ha il diritto ad un processo— —Avrà il processo: MORTA! E adesso basta con le storie; OBBEDITE!—. Le guardie guardarono la generalessa, chiedendosi cosa avrebbe fatto. Lei si limitò a guardarli, e a fare un cenno come per dire “obbedite”: il minisstro Appio era troppo autoritario per disobbedirgli.

Quindi, un gruppo di guardie partì dal commissariato di StelSalente, secondo la leggende edificato dove era caduto il primo raggio di luce dell’alba del giorno in cui nacque la città, illuminando una forma di stella nel terreno e proiettandone l’immagine nel cielo.

Aron guardò la sorella Regina, e lei guardò lui. Regina era sempre stata convinta di cosa doveva fare, ma ora non diceva nulla. Aron, invece, non aveva mai saputo contrapporsi a lei, e ora s’aspettava qualcosa. Tommaso entrò in stanza:—Tutto bene?— Aron si limitò a spostarsi in un’altra stanza. Uscito lui, Regina si buttò tra le braccia del coetaneo novunese, piangendo:—Sto sbagliando tutto! TUTTO! Ogni mia decisione non ha fatto che peggiorare le cose. Cosa posso fare?— Tommaso non sapeva cosa dire. Proprio in quel momento Aron, che stava origliando, decise; entrò nella stanza e propose:—Basta, andiamo a cercare tuo zio, Tommaso.— i due ragazzi, sorpresi si questo slancio improvviso, lo guardarono esterrefatti. Aron insistette:—Avete un’idea migliore?-. I due ragazzi, ovviamente, non ne avevano, quindi decisero di fare come diceva lui. Dello zio di Tommaso Aron e Regina sapevano solo il nome e la leggenda per cui era il fondatore del palazzo di giustizia, Montardesia. Iniziarono quindi a congetturare dove poteva essere andato.

ARCHIMEDE

Appio Claudio entrò nella via e guardò la casa e le sue mura bianche: stonavano con quello che stava per ordinare. —Signore, è sicuro?— chiese Pentesilea. —Può sembrarti crudele, ma se vogliamo l’ordine in città non dobbiamo avere pietà: i due moriranno, e con loro anche il ragazzo che li ospita. Poi diremo che hanno cercato di opporsi all’arresto.— Il terribile ministro ghignò:—Potremmo anche ferire uno dei nostri, per rendere più realisticaalla storia.— Un attimo, un ordine e le guardie (unici individui in tutta Novuno ad avere armi da fuoco) entrarono con l’ordine di sparare a vista… ma non videro nessuno.

I ragazzi invece videro tutto dai Denti della Giustizia: secondo un volantino trovato da Regina, lì doveva esserci una grotta nascosta conosciuta solo da Archimede e pochi altri. —Cosa sai dirci di chi li comanda, Tommaso?— —Ci sono il I Ministro, Appio Claudio e la generalessa Pentesilea, abilissima nel combattimento.— Spiegò Tommaso, tremando: Regina e Aron non potevano saperlo, ma Tommaso si rendeva conto che il ministro voleva farla finita ad ogni costo. Regina trovò l’entrata della grotta segreta: Riuscirono ad entrare, e sentirono una voce sussurrare: —Sapevo che ala fine qualcuno mi avrebbe trovato.— Avanzarono, guardarono e … —ZIO!— urlò Tommaso, felice. I due si abbracciarono, e Tommaso gli presentò Regina (Aron lo conosceva già, avendolo salvato temporaneamente dalla prigione). L’anziano uomo, più simile a Leonardo da Vinci che ad Archimede di Siracusa, si sedette, e i tre ragazzi gli raccontarono quanto era successo e lui annuì piana piano. —Sta succedendo quello che avevo previsto— concluse. —Lo sapevi?— chiese Tommaso. —No, ma l’ho capito quando ho visto lo sguardo di Dracone, nel quale per un momento era affiorato il dubbio. Doveva accadere, prima o poi.—

Archimede portò i ragazzi all’interno della grotta, in una zona arredata, e si sedette ad un tavolo, invitandoli a fare altrettanto, e iniziò a raccontare:

—Novuno fu fondata da me, Dracone, Cicerone, Appio Claudio, Pentesilea e pochi altri, morti da tempo. Fui io a progettare i principali palazzi, e creammo leggende su di essi per attrarre persone, dando ad essi i nomi attuali: Montardesia, Cediloco, Stelsalente, e così via.— —Ma allora— commentò Regina —Le leggende erano nacquero per propaganda—

—Be’— rispose Archimede ridacchiando —Non siamo stati i primi, e non saremo gli ultimi.— Poi tornò serio e continuò:—Subito furono nominati capi Dracone, Cicerone e Appio Claudio, che diedero la costituzione e la legge che conosciamo. Ognuno quindi in base alle sue virtù scelse uno dei tre poteri: Dracone, imparziale e schietto, divenne giudice, Cicerone, abile e giusto oratore, divenne parlamentare e Appio Claudio, carismatico e autorevole, divenne Primo Ministro. La costituzione era democratica, ma di fatto, erano loro tre, con la loro grandezza e le loro capacità, a controllare lo stato. Ma nel tempo, le loro virtù si estremizzarono, diventando difetti: Dracone divenne troppo rigido, Cicerone troppo presuntuoso e Appio Claudio troppo dispotico. Questo sistema funzionò comunque fino a quando le cause furono giuste e la legge non si rivelò sbagliata. Ma non si poteva andare avanti ancora a lungo: se non fossero stati Regina e Aron a inceppare il meccanismo politico, sarebbe stato qualcun altro.— —Allora non è colpa nostra?— chiese Aron. —No, ragazzo.— rassicurò Archimede —Voi siete stati solo la molla, ma il meccanismo non poteva più funzionare ancora a lungo. La colpa è dei tre grandi di Novuno, che pur di essere sicuri della funzionalità del loro sistema continuarono la politica, senza rendersi conto di quanto erano diventati importanti: finché possono seguire loro, i Novunesi mai seguiranno altri; e così, è successo quello che sappiamo.—. —E tu perché eri qui?— chiese Tommaso. Archimede sospirò:—Ho visto buona parte della mia famiglia e dei miei amici svanire nel nulla durante la fusione o morire nell’Anno Senza Tempo che ne seguì: non ho voluto vederne morire altri, sono troppo vecchio per sopportarlo—.

Sui commensali scese il silenzio, finché Archimede disse:—Ora tocca a voi—. —Cosa intende?— chiese Aron —Vedo nei vostri occhi le vostre preoccupazioni— i tre ragazzi si guardarono: in quel periodo molte cose erano accadute, e s’erano resi conto di non essere tanto migliori di coloro che gli davano un’ingiusta caccia: Aron non era capace di farsi valere, Regina non era capace di ascoltare e Tommaso era troppo veloce nei giudizi. —Tutti hanno dei difetti— disse Archimede, come se avesse letto loro il pensiero —ma nessuno ha il coraggio di accettarlo: preferiamo vedere il male negli altri perché ci fa sentire superiori. Voi però avete accettato di avere dei difetti: ora dovete solo imparare ad accettarli e a moderarli— —Il che vuol dire?— chiese Aron: la spiegazione sembrava non spiegare niente —La perfezione— chiarì Archimede —non può essere raggiunta, ma solo seguendola si può migliorare, purché non diventi un’ossessione, come fu per i tre Grandi Novuniani— —Forse ho capito- disse Regina, sorridendo: —Aron, per esempio, sa di essere troppo timido per mettersi in gioco, ma ha superato questo difetto nel momento in cui serviva! Non serve eliminare questi difetti: basta saperli ridurre, superandoli solo quando è necessario— —Sei una ragazza davvero intelligente Regina: hai azzeccato in pieno— la elogiò Archimede.

LA BATTAGLIA FINALE

Archimede s’alzò, spaventato:—È qui!—

I ragazzi si girarono: all’entrata della grotta c’erano Appio e Pentesilea, che avevano lasciato indietro le guardie per esplorare il terreno —Finalmente vi ho trovati— disse Appio —Pentesilea, uccidili—

Pentesilea esitò. Archimede subito cercò di fermarli nell’unico modo in cui lui, ormai vecchio e stanco, poteva:—Vi prego, voi rappresentate la nostra città! Non lasciate che il vostro desiderio di ordine venga messo davanti alle leggi e alla giustizia.—

—Taci vecchio— rispose Appio —Pentesilea, cosa aspetti?—

Pentesilea imbracciò il fucile, ma si girò verso Appio.

Uno sparo, un urlo, e Pentesilea cadde per uno sparo di Appio. Ghignò:—Ora mi basterà dire che l’avete disarmata e che dopo un arduo scontro ho dovuto farvi fuori.—

—Nessuno crederà che Pentesilea sia stata sconfitta!— affermò Tommaso

—Non ha parlato di sconfitta— replicò Archimede mestamente

—Infatti—ghignò Appio —Nessuno sopravvive se preso a tradimento, e io dirò ciò—

I ragazzi tremarono mentre Appio puntava il fucile contro di loro:—Addio— Ma in quel momento, Pentesilea, in un ultimo spasmo, riuscì a sparare al ministro, colpendolo alla gamba. Il ministro preso di sorpresa sparò verso l’alto, colpendo le stalattiti sopra di lui: fece appena in tempo a dire —Tutto qui?— che le stalattiti gli caddero addosso, trafiggendolo.

Un mese dopo, anche Archimede morì, ma di vecchiaia e felice: infatti, Tommaso, Regina e Aron, salvata Pentesilea, s’erano fatti aiutare da lei per ripristinare l’ordine in città. Quindi avevano fatto abolire la famosa legge contro l’opposizione di un giudice contro l’altro, e sistemarono leggi sulla durata delle cariche. Il giudice che aveva dato inizio a tutto temette una vendetta, ma Aron e Regina decisero di lasciar perdere, accontentandosi di punirlo per abuso di potere. Finito tutto avevano sostituito Dracone, Cicerone e Appio Claudio nel cuore della gente, ma preferirono ritirarsi, dando alla città un sistema realmente democratico. Con ciò non voglio dire che non ci furono più problemi da allora, ma essi, oltre a rappresentare un’altra storia, sono inevitabili, qualunque forma di governo si scelga. Tre anni dopo questi fatti, Regina e Tommaso si sposarono, e dopo altri cinque anche Aron si accasò, e i tre vissero una vita normale, tra alti e bassi, non potenti politici, ma normali cittadini perbene, con il loro lavoro, la loro famiglia, i loro amici e i loro problemi. E vissero felici e contenti per il resto dei loro giorni.

SEGUIMI SU: Facebook – Pagina FacebookTwitterGoogle+Ask BeePP

—Quindi non riproverete a fuggire?—
—No, Tommaso. Aron già non mi sembrava d’accordo, pur non avendomi detto nulla, e dopo quello che è successo… Dovrò pensare ad altro.—
Tommaso annuì. Era rimasto scosso come tutti dal suicidio di Dracone, e non riusciva a capacitarsi di come non potesse sostenere il suo compagno come diceva la legge, lui che sembrava avere le norme al posto del cuore. Era la prima volta che doveva mettere in dubbio le sue certezze, e questo lo sconvolgeva più di quanto avrebbe fatto con chiunque altro.
—Piuttosto— continuò Regina sorridendo —quando torna tuo zio Archimede? Non ho ancora avuto il piacere di conoscerlo.— Di quest’uomo Regina sapeva solo il nome datogli dopo la fusione dimensionale e la sua importanza nella progettazione dei principali palazzi di Novuno.
—Non so— rispose il diciottenne alla sua coetanea —è andato fuori città; non so il perché in realtà—
Regina si lasciò andare sulla panchina, e sapendo come le leggi di Novuno imponessero più di n giudice nei casi giudiziari chiese:—Chi si occuperà del nostro caso?—
—Pare si stia discutendo una legge in parlamento su cosa fare in caso di morte di giudice— rispose Tommaso —o meglio, si sta aspettando di vedere cosa ne dirà Cicerone—.
—Cicerone?—
—È di fatto il capo del parlamento: quando parla, nessuno riesce a contraddirlo. È un oratore eccezionale.—
—Oh— fu la reazione della ragazza, sorpresa nello scoprire come certa gente riesca ad imporsi.
I due giovani tacquero per un po’, poi Tommaso chiese:—Ti va un gelato?—

Entriamo a Cediloco, sede del parlamento di Novuno, dove secondo la leggenda caddero tre fulmini interpretati come segno per la fondazione della città. Il più abile nell’oratoria tra i parlamentari, come già detto, si chiamava Cicerone. Fu lui a redigere la costituzione di Novuno, ma di fatto ormai era lui a decidere le leggi). Cicerone era tanto sicuro di ciò in cui credeva da non ascoltare le opinioni altrui: quello che diceva lui era giusto.
Ma ora si trovava davanti ad un problema: lui aveva stilato la legge per cui i giudici non dovevano interferire in nessun modo, per evitare che un giudice fosse costretto ad ostacolarne un altro per minacce, e molti quella mattina gli avevano rinfacciato la colpa del suicidio di Dracone, scisso tra il rispetto di tale legge e quello per le leggi contro gli abusi di potere, e ora stavano usando la faccenda contro di lui; cercò in tutti i modi di dirigere l’attenzione sulla rigidità del giudice, ma inutilmente. Cicerone alla fine, punto sul vivo, prese una decisione:—Visto che non mi volete più ascoltare come un tempo, vi dimostrerò che la morte di Dracone non ha nulla a che vedere con quella legge. Vedrete chi è Cicerone.—

FOLLE AGITAZIONE
—Non credo sia una buona idea— ripeté Tommaso per la centesima volta
—Ne abbiamo già discusso: è la cosa migliore da fare— rispose Regina
—Regina, neanche tuo fratello mi sembra d’accordo, anche se non vuole contraddirti—
—So io cosa è meglio per lui, meglio di lui—
Tommaso tacque: non si sentiva in vena di discutere. Come già detto, vedere i suoi errori, essere costretto a vedere le sue certezze eccessive, lo aveva stravolto: non aveva mai dubitato così di sé stesso dalla morte dei genitori. La parte peggiore però era questa: rendendosi conto del suo errore verso Dracone, si sentiva simile al giudici che stava perseguitando Aron per una sciocchezza.
Mentre lui pensava a questo, Regina rifletteva su come eseguire il suo piano e Aron si chiedeva se e come dire alla sorella cosa ne pensava, entrò Cicerone.
—Onorevole Cicerone, cosa vuole?— chiese Tommaso.
—Voglio scoprire cosa ha portato al suicidio di Dracone—
Tommaso era un po’ confuso, ma conoscendo il carattere del parlamentare cominciò a temere cosa stesse succedendo. Comunque, rispose: —La legge che impedisce a un giudice di opporsi ad un altro giudice lo ha scisso tra il rispetto per essa e …— ma venne interrotto.
—Impossibile— Interruppe Cicerone —La legge che obbliga i giudici di sostenersi anche nell’errore avrebbe dovuto essere sbagliata in questo caso, ma era stata ideata da me, e io non faccio errori.—
—Cosa?— esclamò Regina, che non conosceva il parlamentare.
—Cosa è successo?— chiese Cicerone con la fronte aggrottata. —L’abbiamo già detto— rispose Tommaso, cominciando a temere il peggio. Cicerone sbarrò gli occhi:—Cosa avete fatto?-
—Lo hanno visto tutti— rispose Regina, sempre più spaventata. Gli occhi di Cicerone si fecero tremendi, ancora più di quelli di Dracone. Si buttò contro i ragazzi urlando le stesse domande. I ragazzi si spostarono per evitare lo scontro, ma il parlamentare, ormai impazzito, non mollava, e assunse una faccia terribile e pallida mentre continuava a ripetere le stesse due domande, con un tono sempre più furioso e un volto sempre più spaventoso; iniziò praticamente ad aggredirli fisicamente dalla furia, sempre facendo queste domande, ma era rallentato dal grasso. Ma all’improvviso, iniziò a mugugnare e a fare versi strani.
—Cosa succede?— chiese Aron- Il parlamentare cercò di saltargli addosso, ma Regina d’istinto si pose tra lui e il fratello, e Cicerone si aggrappò alle sue vesti. Tommaso subito lo staccò tirando indietro Regina. Cicerone non li seguì, ma rantolò sul pavimento per un po’, quindi crollò a terra.
All’ospedale, lo dichiararono morto per infarto.

Decine di universi esistono, ognuno con le sue leggi. Alcuni universi nascono da altri, e vengono detti paralleli, in quanto la storia su di essi è la stessa fino ad un punto, chiamato “punto di rottura”, dove le rispettive linee temporali divergono verso destini diversi. Negli universi paralleli al nostro le leggi della natura funzionano grazie all’equilibrio tra le dimensioni del tempo e dello spazio; se questo equilibrio venisse rotto, ne seguirebbero cataclismi inimmaginabili, dopo i quali ‘universo tornerebbe a funzionare con leggi diverse: tale rottura è chiamata “Fusione”, in quanto le tre dimensioni spaziali e la dimensione temporale diventano una sola. Con la Fusione, molti muoiono, molti scompaiono nei meandri della fantasia e molti altri diventano puro ricordo. Ma non tutti fanno questa fine, e gente e creature prima solo immaginate o rimaste nei ricordi prendono vita. La nostra storia inizia in uno di questi universi, nella città di Novuno.

UN FELICE INCONTRO
Regina guardò l’immenso palazzo di giustizia di Novuno; lo chiamavano Montardesia perché, secondo la leggenda, era stato fondato dove era crollata una montagna composta quasi esclusivamente di Ardesia, in parte usata per le decorazioni. Ma non era lì per turismo: doveva ritrovare suo fratello. Entrò: le avevano detto di cercare il giudice Dracone.

Nonostante non avesse una grande descrizione, lo trovò subito: nessun uomo aveva un’espressione così dura e senza emozioni. «Non vorrei ritrovarmelo in processo» pensò. Lui la vide, e lei tremò: il solo sguardo del giudice congelava il sangue. —Emh— borbottò —mi chiamo Regina e…—
—È la sorella del ragazzino sotto processo, vero? Si chiama Aron, se non erro— Regina riconobbe il nome del fratello, ma poté solo annuire da quanto era intimorita da quello sguardo.
—Ho disposto per quel ragazzo gli arresti domiciliari presso il signor Archimede. Questo è l’indirizzo.— e le consegnò un biglietto. Regina fu così entusiasta da dimenticare il timore. Salutò e corse subito da questo Archimede.

Regina giunse ad una casa bianca. Bussò, e aprì un ragazzo all’incirca della sua età:—Salve signorina. Cosa cerca?—.
—È questa la casa di Archimede?— chiese Regina.
Dall’interno, uscì un ragazzino che subito corse verso Regina, abbracciandola felice:—SORELLONA!—. Regina sorrise e abbracciò a sua volta il fratellino:—Dev’essere un sì—
—Oh, quindi tu sei la famosa Regina— commentò il ragazzo.
—Sì, e tu? Mi sembri troppo giovane per essere Archimede—
—Archimede è mio zio: abito con lui, ma al momento on è in casa. Mi chiamo Tommaso.—

Tommaso invitò i ragazzi a sedersi e a raccontargli cos’era successo: Aron non ne aveva voluto parlare senza la sorella. La storia era al limite dell’assurdo: Aron e un amico più piccolo stavano giocando a Camogna, un paese di montagna dipendente da Novuno, quando un giudice novunese, passato di là per incontrare un imputato, attraversò la strada, ansioso di andarsene da quegli “incivili” come li chiamava lui. Andava così veloce da non accorgersi dell’amico di Aron, che sarebbe finito sotto le ruote della macchina se Aron non avesse reagito; i sopravvissuti alla Fusione e i loro discendenti, chiamati Quadridimensionali, avevano infatti un’abilità di combattimento istintiva, sufficiente per permettere ad Aron di deviare la macchina con un calcio potente. Nel farlo, la macchina si schiantò contro un palo, e il giudice se la prese con il ragazzino: a nulla valsero le scuse, Aron venne portato a Novuno.
—Non capisco perché nessun giudice si sia opposto: è un’ingiustizia bell’e buona!—
Tommaso rispose:—C’è una legge a Novuno: un giudice non può interferire con le azioni di un altro giudice, anche se si tratta di azioni ingiuste—.
Regina rimase a bocca aperta, e chiese:—Allora… Perché Dracone ha potuto optare per i domiciliari?—
—È una soluzione temporanea— risposeTommaso, che conosceva la storia—Ieri sera, Aron cercò di fuggire da Montardesia, ma fu fermato dalle guardie, guidate da Dracone— qui Tommaso tremò —voleva sbattere Aron in carcere, ma mio zio lo ha convinto a lasciarlo da noi in attesa della decisione finale.—
Seguì un attimo di silenzio. Regina chiese:—È possibile chiedere a Dracone un qualche aiuto? Mi sembra di capire da questa storia che è lui il giudice principale. Se tuo zio lo ha convinto, forse…— —Figurati— rispose Tommaso —Quello non sa fare altro che condannare chiunque li capiti a tiro. Ha proposto ergastoli per gente che era solo passata con la X— (la X è il corrispondente novunese del rosso dei nostri semafori) —No fidati: non avrai aiuto da lui.—
—Sicuro?— chiese Regina.
—Certo: io non sbaglio mai. Se dico che una persona è così, è così—
Regina si asciò andare sulla poltrona, guardando il soffitto. —Allora dovremo fuggire, io e mio fratello—

DUELLO TRA I DENTI DELLA GIUSTIZIA
Montardesia è un enorme palazzo pieno di uffici, sovrastato dalla Bilancia della Giustizia. E sotto il segno della bilancia sembra essere nato (ma nessuno lo sa per certo) il giudice Dracone, il più severo e temuto dei giudici, il cui sguardo, come si dice, è di per se un’arma letale. Non ha mai avuto dubbi: la sua ossessione per il suo lavoro è tale da non avere altri pensieri, e quindi ogni dubbio lo risolve nella legge stessa. Ma stavolta, qualcosa di diverso è accaduto: non è d’accordo con la condanna di Aron, per questo ha accettato la richiesta dello scienziato Archimede, ma non può opporsi alla decisione di un suo collega senza andare contro la legge, alla quale ha dedicato la sua vita. Pensava: «Cosa sono questi dubbi? Io sono il servitore della legge, da quel giorno non ho avuto altro pensiero!» Si alzò battendo la mano sul tavolo e stringendo il pugno, solo per tornare a tormentarsi:«Ma il mio collega sta commettendo un abuso, sebbene non possa oppormi: posso stare qui a guardare? Non ci riesco.» si rimise a sedere sulla poltrona e riflettè:«Ma la legge è chiara: non posso interferire! E allora? Diranno: “Perlomeno non è venuto meno al suo dovere di giudice”. Ma non mi sembra giusto. Dovrei oppormi? Diranno “Perlomeno ha sostenuto una giusta causa”. Ma posso rinnegare ciò a cui mi sono votato? Mio signore Iddio, risolvi questo dubbio, tu che sai far risorgere i morti e liberare i posseduti!».

Mentre pensava, guardò la finestre, vedendo tre figure in nero, di cui una più piccola, che correvano verso il sentiero che passava dietro il palazzo. Il giudice di ferro comprese cosa stava accadendo, e mise da parte i suoi dubbi: il ragazzo e sua sorella avrebbero rispettato la legge, altrimenti… —E che Dio perdoni loro. e anche me—.

Tommaso mostrò ai due fuggiaschi il sentiero nascosto: —Porta solo fuori dalla città, dove i nostri giudici non potranno farvi nulla— spiegò. Guardò Regina e chiese:—Sei sicura?— —Sì— rispose la coetanea —Passando dietro il palazzo li prenderemo di sorpresa: non se l’aspettano di sicuro.— quindi guardò il ragazzo e disse:—Grazie, Tommaso. Spero di rivederti un giorno—

Il sentiero passava su una parete di roccia vicino a Montardesia, circoscritto da alcune rocce piuttosto grandi, chiamati “Denti della Giustizia” perché proprio sopra il palazzo. Girarono in una curva… e si trovarono contro Dracone armato di spada. —Pensavate di scappare, eh? CONSEGNATEVI, e cercherò di essere gentile.—
I due ragazzi, presi alla provvista, arretrarono, e il giudice si lanciò contro di loro:—Non mi lasciate altra scelta!—. Cercando di evitare i colpi del giudice, Quadridimensionale come loro ma più forte ed esperto, Aron scivolò, e cadde nel precipizio. Sua sorella lo prese, scivolò anche lei e si aggrappò ad una piccola roccia: così i due fratelli si ritrovarono a penzoloni sulla città, con un sacco di persone che li guardavano. —V’arrendete?— chiese ancora il giudice. Regina guardò Aron, e lesse nel suo sguardo la sua stessa decisione:—No! preferiamo la morte a questa ingiustizia—. Dracone si morse il labbro, sembrò esitare per un attimo, ma poi sollevò la spada urlando:—Dura lex, sed lex—. Tutti quelli che guardavano rimasero con il fiato sospeso; Tommaso, nella folla, chiuse gli occhi. Fu un attimo, e la lama entrò nelle carni. Un urlo, una caduta su Montardesia, il Palazzo della Giustizia di Novuno; e fu così che Dracone, il più rigido dei giudici della città, si suicidò per non sostenere una sentenza che riteneva ingiusta. E lui, che aveva vissuto solo per la legge per tanti anni, pose l’ultimo sguardo sulla Bilancia della Giustizia di Montardesia.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 30 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: